Gameful: perchè

Probabilmente te lo sei chiesto appena entrato. “Perchè Gameful design? Stiamo parlando di gamification?”. Si, parliamo di Gamification. Ne voglio parlare con cognizione di causa e con la maggiore profondità di cui sono capace. Iniziamo dalla definizione. “La gamification è una tecnica atta ad applicare leve e strumenti ludici all’interno di contesti non ludici.” Corretta. Ma fuorviante.

Non fraintendermi: personalmente amo questa definizione. Charisce, delimita, disambigua. Mette in ordine in un settore tumultuoso ed in rapida crescita. Sbatte letteralmente la porta in faccia a prodotti e progetti che sono “quasi” gioco e “quasi” gamification. Ad esempio i game based learning, gli edutainment (educational + game), i cosiddetti serious game, gli advergame (Advertising + game) e chi più ne ha più ne metta. Nella gamification parliamo appunto di “contesti non ludici”. Un prodotto gamificato non è un videogame.

In principio c’era il verbo…

La gamification proviene certamente dagli utilizzi per così dire, meticci, del videogioco. Ma i campi di applicazione della gamification sono talmente vasti e variegati che è giusto porre dei confini. Così possiamo  osservare in maniera approfondita questa nuova scienza e le sue tecniche. Uno dei primi game designer che ha teorizzato la gamification è sicuramente Jesse Schell durante questo talk.

Jesse Schell Gameful

Il buon Jesse

Parla della futura esondazione dei giochi nel mondo “reale”.  Spiega anche il perchè sarebbe utile e efficace utilizzare le strutture ludiche in ambiti non ludici. Oggi sappiamo che aveva ragione: l’utilizzo delle meccaniche del gioco è uno dei metodi più efficaci per coinvolgere gli utenti nelle più disparate attività.

Jane McgonigalJane McGonigal

Nel suo testo spiega perché e come i videogiochi possono non solo esondare nella realtà, ma migliorarla, completarla, fornendo un senso ed uno scopo più profondo e alto. Qui un suo talk introduttivo all’argomento.

Poi arrivò il Male

Nel giro di sei anni, la gamification è diventata una enorme industria, invadendo tutti i territori della conoscenza umana, con molti casi di successo ed altrettanti fallimenti. Una tendenza abbastanza spiccata sopratutto negli States, consiste nel considerare la gamification come un layer da applicare sopra ad un prodotto-progetto esistente. In estrema sintesi, basterebbe erogare badges ad azioni che vogliamo incentivare, trofei ad azioni multiple e rilasciare punti ad ogni interazione con l’utente per avere un sistema “gamificato”. Parliamo della famosa PBL ovverosia “Point-Badges-Leaderboard”, le tre componenti maggiormente utilizzate. Questi elementi sono visti come una sorta di deus ex machina: al loro arrivo, magicamente, il sistema potrà dirsi gamificato e l’utente sarà incentivato. Niente di più sbagliato.

Ed ecco infine: Gameful design

Il processo di analisi, design ed implementazione di un gamification design è in realtà molto più complesso e delicato. Ma non è l’ipersemplificazione a determinare la differenza tra i due approcci, quanto la metodologia e le categorie progettuali del designer. Creare un progetto gamificato  vuol dire principalmente ripensare le possibili interazioni utente-sistema e utente-utente in chiave ludica, partecipativa, esplorativa.

Ad esempio

In un progetto web, il focus non sarà soltanto “l’utente deve raggiungere le informazioni in due click” ma anche “Quanto velocemente acquisisce la competenza necessaria il nostro utente?”. Ed ancora: “Quando potremo dargli nuovi poteri all’interno del sistema?”. O “Qual’è il vero obiettivo che lo sprona a padroneggiare il nostro sistema”. E “Come rendiamo visibile la struttura motivazionale soggiacente alle sue azioni?”. Esiste ma è invisibile, compito di noi designer è tirarla fuori.

Che differenza c’è?

Mary PoppinsIl nostro lavoro non applica semplicemente premi tipici del videogioco a una struttura dati pre-esistente. Il nostro lavoro usa gli elementi della struttura come componenti di un’architettura ludica e partecipativa. Come se l’attività da gamificare fosse essa stessa un gioco. Non perchè sia divertente, vezzoso, carino o cool. Ma perchè il gioco è l’ambiente in cui noi umani apprendiamo meglio, interagiamo con più efficacia ed otteniamo miglior risultati. Questa attività di rimaneggiamento dei componenti della realtà e della percezione ha a che fare con il processo evolutivo dell’uomo e della società. Quest’attività ribalta un paradigma che vedeva il gioco relegato a attività ricreativa, utilizzato in contesti “seri” come lo zucchero sulla pillola di cui parlava Mary Poppins.

…E perchè è importante

Questa palingenesi del reale ha, già da adesso, rivoluzionato la struttura del nostro modo di percepire, imparare, muoverci, interagire, lavorare, conoscere e creare. E’ una nuova via che non ammette distrazioni. Per questa ragione non possiamo correre il rischio di essere fraintesi. Molti autori come la già citata McGonigal preferiscono usare il termine “Gameful design” per riferirsi a quest’attività che siede a cavallo tra il game design e l’interaction design.

Io sono d’accordo con loro. Ecco perchè Gameful design.

Sentiti libero di dirmi la tua opinione qui sotto nei commenti o su twitter. Sono sempre felice di parlare di questi temi 🙂


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